Ci siamo svegliati con l’odore acre di legna e catrame della “Choza” e le formiche transgeniche grandi come un’unghia. Ci siamo messi in marcia senza troppi rimpianti.

Le montagne andaluse sono aspre, di una bellezzaselvaggia e indomita. Per diversi km le uniche compagne di viaggio che abbiamo avuto sono state le aquile che volteggiavano sulle nostre teste. A volte qualcuna planava fino quasi all’altezza dei nostri occhi, ma era quasi impossibile riuscire a catturarle con uno scatto.
La cosa più antipatica erano i rattoppi scivolosissimi che hanno fatto sulle crepe dell'asfalto di queste strade di montagna. Non oso immaginare cosa devono essere con la pioggia!
Lentamente il paesaggio è cambiato lasciando il posto a colline coltivate e a qualche laghetto e fiume. Per strada si vedevano sempre più macchine con targhe di paesi ignoti, probabilmente dirette ai ferry che collegano con l’Africa. Algeciras è piuttosto caotica per via di tutto questo traffico multietnico, ma appena si superano un paio di rotonde in direzione di Tariffa si va più spediti. Gibraltar è un promontorio più grande di quello che mi immaginassi, e osserva impassibile questo via vai umano. Avrà assistito anche a diverse tragedie di clandestini che cercavano un futuro migliore su imbarcazioni di fortuna.
14km di mare separano Tarifa da Tanger, 35 minuti di ferry, eppure è uno stretto famigerato per le sue acque infide e profonde. “Nec plus ultra” dicevano greci e latini, a mo’ di monito perché non si oltrepassassero le Colonne d'Ercole, mentre nell'epoca da febbre dell’America, dal XV secolo fino ad oggi direi, il “plus ultra” è diventato un incoraggiamento se non addirittura uno slogan.
Eppure lo stretto fa paura, forse perché vi aleggiano sopra ancora tante anime affogate… Persino il nostro spavaldo istruttore di Kite Surf, John, ha dato segni di timore al parlarne: “The water is so deep and dark that it’s almost black”.
Da una prima ricerca su giornaletti locali e mappe, abbiamo identificato la zona scuole di surf. A quanto pare è l'industria trainante della città. Abbiamo fatto una prima sosta alla Playa de los Lances, al Surf Center Arte Vida , un vero resort da fighetti con hotel in riva al mare e sdraio a forma di scarpa, ed evidentemente non era posto per noi. Non so se era davvero tutto occupato per quel pomeriggio, o era che non ci volevano come alunni pezzenti. La spiaggia era comunque sovraffollata e abbiamo deciso di fare un secondo tentativo in un altro posto.

Più avanti c'è la spiaggia de Valdevaqueros, segnalata da un cartello che recita "Tangana". Ancora non so se si trattasse del nome del barettino o cosa, ma fatto sta che una delle prime cose che ho notato sono state ragazze che portavano a spasso chiappe.
Lá il centro Adrenalin, o Spin Out, uno dei due nomi o entrambi, ci ha confermato la teoria che Tarifa è tutto fuorchè spagnola. Il proprietario è un tedesco, e l'unico istruttore che aveva libero quando siamo arrivati alle 5 del pomeriggio era un inglese che non sapeva fare lezione altro che in inglese, il nostro amico John di Manchester. Da una rapida occhiata alla staff board direi che comunque nessuno era spagnolo. Essendo l'unico pomeriggio a Tarifa e l'unica scuola con uno straccio di possibilità di insegnarci qualcosa abbiamo accettato di pagare uno sproposito per 2h 30' con John e con il materiale per iniziare a fare Kite Surf. Sono stati onesti e ci hanno detto che difficilmente saremmo stati in grado di entrare in acqua con quelle prime nozioni, ma essendo ottimisti come solo i tedeschi sanno essere, hanno messo nel furgone anche una tavola, che non si sa mai. Tanto poi l'ha usata John per farsi un giretto per i fatti suoi.
Al momento della contrattazione e del saldo John era al bar a pranzare. Quando si è presentato mi è sembrato tutto capelli, forse anche per il fatto che aveva il mento sfuggente ed era praticamente privo di collo. Secco come un chiodo ma nervosetto, aveva tutta l'aria di un volatile spiumato. Quando pensavamo che fosse andato a preparare il materiale e lo aspettavamo sulla moto pronti a partire verso la spiaggia per i principianti, scopriamo che in realtà era andato a saldare il conto al bar, forse più o meno direttamente con la nostra Visa. Lo vediamo tornare con i guantoni da box, che infila nel furgone dove poi avrebbero messo l'attrezzatura da Kite surf. Uno si pone anche certe domande sul loro metodo pedagogico a quel punto... vogliono forse insegnarci a cazzotti?!
All'alba delle 18 arriviamo alla spiaggia per principianti, con davanti il furgoncino sgangherato della scuola. John va dritto al barettino: "You better go to the toilet before you put your wetsuit on." In bagno dunque, lui, mentre noi restiamo a tener d'occhio la roba, per un altro bel po'. John torna con i capelli bagnati, conseguenza di un bidet troppo generoso?
Carichi come muli, con imbragature, aquiloni, mute, etc... arriviamo finalmente sulla sabbia. Prima di prendere posizione, il nostro maestro ci avverte:
"First of all, beware of the assholes." Nell'universo di John, l'umanità si divide in teste di cazzo e non. Naturalmente la prima categoria è la più diffusa, e copre praticamente tutti i presenti sulla spiaggia, in particolare un signore che era dietro di noi, alle prime armi con un aquilone grosso e che pretendeva di insegnare alla moglie una cosa che non sapeva fare. Poi anche i colleghi di John sono "assholes", perché mettono via l'attrezzatura in qualche maniera o che fanno lezione fumati o dopo una notte di sballo. A volte lui stesso, John, è "asshole", ma questo te lo dice poi.
La prima cosa che ti spiega è come prendere la direzione del vento facendo cadere della sabbia. Guardando in quella direzione e aprendo le braccia abbiamo definito la "wind window", ai cui estremi il vento muore. Per mantenere fermo l'aquilone si può parcheggiare o allo zenit o agli estremi della finestra. In mezzo ai due quadranti è dove sviluppa più potenza.
Dopo averci imbragati, ci spiega come srotolare le corde, imprecando contro quelli che le avevano raccolte male prima di lui. Poi ci fa vedere come attaccarle all'aquilone e finalmente iniziamo a farlo volare. Io devo stare legata a Xavi perchè pur usando un aquilone piccolo potrebbe portarmi via. Imparo abbastanza in fretta a farlo volteggiare a destra e a sinistra e Xavi è ancora più veloce, perché già usava l'aquilone minuscolo che gli ho regalato per i suoi 30 anni. Passiamo all'aquilone più grande e mi rendo conto di quanta forza ci vuole per tenerlo: striscio con i piedi, cado, salto... altro che controllarlo! In balia di una cosa del genere in mezzo allo stretto di Gibilterra sarei più disperata che i subsahariani sulle zattere. Ha un bel dire John che le donne sono tecnicamente più brave e capiscono prima la dinamica, che l'aquilone si porta all'angolo della finestra di vento e si abbassa dolcemente per parcheggiarlo, che per tenerlo fermo allo zenit bisogna fare movimenti a destra e sinistra molto veloci... quando inizia a calare il sole cala anche il vento e i problemi aumentano soprattutto quando bisogna rilanciare l'aquilone.

Mentre Xavi tiene l'aquilone e John lo osserva a debita distanza, talmente svaccato che nessuno direbbe che sta lavorando, arriva un altro ragazzo, palestratissimo e nerissimo, con un aquilone grandissimo. Era l'amico tedesco di John, quello del barettino, che in men che non si dica predispone l'attrezzatura, gonfia le nervature dell'aquilone (sí, perchè quelli grandi fanno anche da scialuppa di salvataggio o materassino), e se ne va in acqua lontano. Dietro il tedescone arriva la svizzera, una biondina atletica ma evidentemente non tanto quanto lui, che aveva qualche problema a lanciare il suo aquilone e a partire. Da bravo gentlemen inglese, il nostro John va a soccorrere la "damsel in distress", nel tempo pagato da me e Xavi. Quando torna, il nostro istruttore mi delinea il paesaggio sentimentale del paradiso dei surfisti, riassumibile in questi termini:
"La svizzera muore dietro al tedesco, ma lui non se la fila, peccato perché è carina. Me la farei io, ma sto con una che è da 6 mesi che mi lavoro, e poi, guarda te che sfiga, sono stato a secco tutta l'estate e quando va in porto con questa, mi si fanno avanti altre due. Che faccio ora?"
Io l'unico consiglio che mi sono sentita di dargli, così, tra un'imbragatura e una corda, è stato: "Keep your focus!" Non ti distrarre! Che è quello che diceva continuamente a noi perché non uccidessimo qualcuno con l'aquilone. E fu in quel momento che la svizzera mi fa cadere addosso il suo. Pensavo facesse più male.

Le 2h 30' erano passate volando e di andare in acqua nemmeno se ne parlava. Noi, almeno, perchè quando l'amico tedescone è tornato John gli ha preso in prestito l'aquilone ed è andato a farsi un giro, lasciandoci a riva a sperimentare. Meno male che insisteva tanto sulla sicurezza e responsabilità! Avremmo potuto fare una strage che lui era già in Africa.
Al suo ritorno gli abbiamo restituito l'attrezzatura, riposta come meglio potevamo (perchè poi dica che i suoi colleghi mettono via male la roba!), e volevamo offrirgli anche da bere. Lui, che deve avere l'amico barista, ha declinato l'invito ma ha avanzato la proposta di una mancia... che dritti gli inglesi! Ti giri e ti hanno già preso Gibilterra. Ci ha dato il suo indirizzo mail perché lui fa anche tavole da surf e le spedisce ai quattro angoli del globo. Ce ne ha decantato le lodi e poi è sparito lasciandoci al nostro té freddo al limone, in compagnia della svizzera che moriva dietro al tedesco. Era la seconda volta che veniva a Tarifa quest'estate, a detta sua un po' per il tempo un po' per i ragazzi... Altro che Rimini!
Abbiamo fatto in tempo a vedere il tramonto dalla spiaggia e sono riuscita persino a farmi un bagnetto, ma poi faceva fresco ed era già abbastanza buio e sono uscita a malincuore dall'acqua.

Siamo andati in centro, dritti al Tarifa Eco Center per assicurarmi un bel piatto vegetariano e devo dire che sono rimasta proprio soddisfatta. Tra l'altro mentre cenavamo facevano lezioni di tango nella sala che dava alla terrazza e Piazzolla era un'eccellente colonna sonora. Mi ha fatto tornare voglia di andare a ballare. Ho fatto promettere a Xavi che a settembre ci iscriviamo a qualche corso.
Sempre per il discorso che Tarifa non è spagnola, l'insegnante di ballo era argentina, la cameriera del ristorante era francese e il cuoco era polacco... non so lui, ma la ragazza era così svampita che ha passato la carta d'identità di Xavi nel datafono al posto della Visa! Dove ha la testa questa gente di Tarifa?!



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