La colazione all’Hotel de Paris è una cerimonia abbastanza chic, che personalmente ho cercato di affrontare con la testa alta, portandomi ogni ben di Dio fuori nel patio. Il giardinetto con una modesta fontanella offriva un certo ristoro dall’aria cittadina. Una gatta spelacchiata e rachitica raccontava le miserie che si nascondono appena dietro la facciata regale di questi palazzi. La bestiola ha portato 4 fette di salame e 2 di prosciutto in un nascondiglio dietro la cinta dove sospetto avesse la sua nidiata.
Dopo aver caricato tutte le borse sulle moto, altra partenza a spinta. La mia povera Domi fa più fatica di me a rimettersi in marcia e la mattina ha la batteria completamente scarica. Non è bastata una sola discesa stavolta, ce ne sono volute due più un’energica mano da parte di Xavi, il tutto su una via pedonale con tavolini fuori e camerieri indispettiti, sotto lo sguardo carico di disapprovazione del vigile. La mattina è iniziata subito con una bella sudata, a cui ne sarebbero seguite innumerevoli altre…
Uscire da Oporto è stato relativamente meno difficile che entrarci, ma le indicazioni portoghesi sono sempre dubbie. Abbiamo ripercorso il fiume Douro (Duero in spagnolo) fino alla regione dell’Alto Douro, rovente (38º), per poi rientrare in Spagna. La strada si snoda su e giù dalle montagne, ma dei lavori in corso hanno reso il traffico particolarmente denso. Passati i boschi di eucalipti e pini, e passati i vigneti dei Moscato, la vegetazione diventa bassa e arbustiva. Quando si arriva a Bragança il paesaggio torna ad essere boschivo, con betulle e salici. Abbiamo mangiato in un barettino dove capivamo la metà di quello che diceva il proprietario, l’unica cosa chiara è che alle 14 ora locale eravamo fuori dai loro orari dei pasti, ma ci hanno servito lo stesso un’ottima frittata (per me) e costolette di maiale (per Xavi). Mi ha ricordato i miei tempi da ristoratrice quando l’omino ci ha detto che fanno da mangiare a tutte le ore e loro non hanno tempo di sedersi a mangiare un boccone. Avrà avuto 60 anni lunghi, la moglie forse qualcuno in meno, e con il loro sorriso nascondevano bene la stanchezza di tanti anni di servizio.
A Bragança abbiamo finalmente dato una lavata e un’ingrassata alle nostre fedeli moto. Avevano tanto fango e tanti moscerini che sembrava avessimo fatto la Parigi Dakar. Sfortunatamente l’idropulitrice non aveva sapone e aveva poca pressione, ma anche con una semplice sciacquata Xavi si è dato per soddisfatto. Non so quanto deve aver sofferto a vedere il proprio gioiellino imbrattato, lui che se la pulisce ogni settimana. La mia Domi invece porta i segni di tante battaglie, ultimamente persino le fiancatine hanno ceduto sotto il peso delle borse e il calore degli scarichi, e un po’ di sporco le dà un’aria ancora più vissuta, o almeno così piace pensare alla mia indole pigra.
All’uscita da Bragança bisogna ignorare le indicazioni per la Spagna e prendere invece per Vila Real, in modo da seguire il corso di un fiumicello a cui attingono innumerevoli orti, dove spiccano le zucche, tonde e arancione come tanti piccoli soli. Il confine con la Spagna diventa invece una brughiera desolata, apparentemente terra di nessuno, dove gli uccellini fanno compagnia ai mulini a vento. Una coppia di volatili non identificati ha seguito la moto di Xavi per almeno 200m a 70km/h, senza mai staccarsi dalla sua destra.
Forse per il fatto che si trova su uno dei cammini di Santiago, la Puebla de Sanabria è il primo paese di un certo comfort e piuttosto curato che si trova dopo il confine. Se avessimo avuto tempo, mi sarei stesa volentieri sulle rive del fiume o del lago e magari avrei fatto pure il bagno. Ma era già pomeriggio inoltrato e alla frontiera gli orologi saltano un’ora. Altra nota “per quando verremo con più calma”. La superstrada sarebbe scorsa via liscia se non ci avesse fermato la polizia. Sulle prime pensavo che mi volessero dire qualcosa perché fino a poco prima avevo un piede sul manubrio. Mentalmente ho ricapitolato il codice della strada rispetto alla posizione di guida, ma non mi risultava di essere irregolare. E invece no… Avevo dimenticato di accendere le luci! Dato che ho la batteria a secco le tengo spente quando metto in moto e dopo non mi sono più ricordata di accenderle. Pensare che normalmente le tengo accese in qualsiasi occasione, ma la legge di Murphy non va mai in vacanza e la volta che devi risparmiare batteria ti becca la poli. Ho avuto il pessimo istinto di addurre come scusa proprio la verità, la batteria, e mi è caduta una ramanzina su come potessi andare fino a Barcellona senza luci. “Bisogna fare multe e togliere punti perché la gente capisca e si ricordi! Allora, signora, dobbiamo mettere la penna in mezzo o no?” Perché sono così sbruffoni? Mi chiedo se gli insegnano i gesti prepotenti e le espressioni sprezzanti alla scuola di polizia. Alla fine non mi ha fatto la multa e tanto in Spagna non mi possono togliere i punti dalla patente italiana, ma mi ha fatto una rabbia sorda che mi è durata per vari km. A questa stizza si sommava la stanchezza e la voglia di prendersela con calma. In fin dei conti siamo in vacanza, ma evidentemente la fretta ci si è infilata nei bagagli, ce la siamo ritrovata dietro e non abbiamo più saputo dove lasciarla.
Superstrada e ancora più superstrada, a 120-130km/h, con il mio monocilindro sempre a 6000 giri, credo che mi vibrasse anche il cervello. Alla stazione di servizio faticavo ad articolare le parole. Sul sellino ti inventi qualsiasi posizione pur di muovere un poco le gambe e la schiena. La strada fino a Guardo è abbastanza piatta, in mezzo a pascoli e campi coltivati. Dopo una distesa apparentemente sconfinata di pianura, un mare di terra appena increspato dal vento, si intravedono le montagne ed è quasi un sollievo. Chissà perché nella mia testa i boschi e i rilievi sono il riparo, la protezione, il rifugio. Sarà una leggera forma di agrofobia, ma se l’orizzonte è piatto a 360º mi sento vulnerabile, esposta, persa.
Xavi ha scelto, come al solito, un posticino in capo al mondo. Siamo arrivati, come al solito, al buio, ma questa volta non si poteva sbagliare strada. Da Guardo si sale per la “Ruta de los pantanos” e si costeggiano dei laghetti artificiali molto belli. La strada serpeggia solo dal lato ovest e c’è il rischio di trovarsi una mucca dietro a ogni curva. Il tramonto ci ha regalato tinte pastello e insetti spiaccicati ovunque. È decisamente una bella passeggiata da fare in moto, magari con meno km alle spalle.
L’albergo Miralba, a Alba de los Cardaños, è delizioso, ha una vista incantevole e i proprietari sono molto premurosi ma senza essere invasivi. Una parte di me sognava di potersi sedere a scrivere e disegnare davanti ad una finestra che guarda il lago e le montagne, con le rondini ed i passerotti che mi vengono a salutare. Sentivo il bisogno fisiologico di stare ferma per qualche ora, a pensare, a contemplare il paesaggio, a riflettere sul percorso. Xavi è andato a passeggiare armato di macchina fotografica, io mi sono fermata in camera e mi sono montata l’ufficio davanti al balconcino. L’unica cosa che manca è internet, ma forse è meglio così, altrimenti mi sarei fatta prendere dalla febbre carica-foto e non avrei scritto nulla, sentendomi poi doppiamente frustrata. Le foto raccontano una storia, ma ce n’è sempre un’altra che scorre parallela sotto la superficie, come una di quelle correnti profonde che si celano appena sotto lo specchio dell’acqua.
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