domenica 1 agosto 2010

Da Cartagena a Granada

Lughnasa, o festa celtica del raccolto. Noi raccogliamo km e sensazioni, cercando di non stordirci troppo.
Mi sentivo un frappé ieri sera e stamattina ho deciso di darmi una sferzata di energia iniziando la giornata con una mezz’ora di footing. Isla Plana è un paesino residenziale con 4 negozi: il panettiere, il pescivendolo, il macellaio e il ferramenta. Le case si addossano a una costa irregolare, a tratti rocciosa e a tratti sabbiosa. La chiesetta di fronte al mare con tutta la passeggiata intorno sono un percorso gradevole. Al termine della mia corsetta sono tornata a chiamare Xavi per fare il bagno e poi colazione in spiaggia. Ho approfittato per fare anche un minimo di stretching yoga perché mi sentivo la schiena anchilosata. Sono gli anni o i km?




La tappa successiva è stata la storica Cartagena, una vera fortezza sul mare. La presenza dei militari risulta quasi invadente, se non intimidante.




Il porto a forma di Omega deve aver garantito la salvezza e la tranquillità di generazioni di marinai. La città conserva gelosamente i resti dell’anfiteatro, di alcune case patrizie e un castello medievale che domina tutta la baia.



Ma questi tesori hanno orari piuttosto stretti per visitatori disorganizzati come noi e Cartagena per noi ha avuto più porte chiuse che aperte. Dall’alto l’urbanistica è apparentemente caotica, con edifici addossati gli uni agli altri e spesso a ridosso se non addirittura sopra a reperti archeologici. Forse in un certo punto hanno dovuto smettere i lavori di edificazione per non intaccare tesori antichi, ed è rimasto lo spiazzo che si vede qui.
La cosa più simpatica è stata la pavona che ci si è avvicinata appena fuori dal castello: che bel piumaggio, doveva essere appena uscita dal salone di bellezza!



Il porto di Cartagena lascia intuire che i marinai non si concedono spesso il lusso di mangiare fuori e bene. In quello che era un ristorante con il bollino della Guida Michelen, “Mare Nostrum”, ci hanno servito una seppia chewing-gum accompagnata da insalata in scatola. Almeno il melone e l’anguria sembravano freschi.

Verso le 16 ci siamo messi in moto alla volta di Granada. È stata una tappa lunga, con molta autostrada, in cui ho sperimentato tutti gli angoli con cui stare seduta in sella. Ho iniziato ad allungare persino i piedi sulle staffe del passeggero appoggiando poi il petto alla borsa del serbatoio, in posizione semi supina per dare un po’ di sollievo alle chiappe.



A sud di Cartagena, nell’entroterra, si trova il Deserto di Tabernas. Lì, nella “Mini-Hollywood”, Sergio Leone ha fatto sognare la generazione dei nostri genitori con gli “Spaghetti Western” a cui Ennio Morricone ha messo una solida colonna sonora. Il set si conserva come attrazione turistica tipo villaggio West, con tanto di spettacolo cowboy, il tutto per soli 16,50€ a persona. Roba da chiedersi perché non abbiamo varcato la soglia del fortino con la bigliettaia. La stessa ha risposto alla elementare domanda: “Scusi, quanto manca a Granada?” –
“Boh, mezz’ora, quaranta minuti. Non ci sono mai stata però vedo sempre cartelli.”
Avevamo davanti 2 ore lunghe di strada.



Granada è apparsa come una visione tra le brume del tramonto dopo una catena di montagne e pini. Abbiamo miracolosamente trovato il B&B El balcón de Nieves alla prima e lo spettacolo della città illuminata sotto le nostre finestre era mozzafiato. L’albergo era molto curato e di ottimo gusto, roba da fermarsi una settimana a fare i sibariti. Ci hanno mandati al ristorante dietro l’angolo, La Guitarra, e il mio gazpacho con la grigliata di verdure erano deliziosi. Xavi aveva qualche riserva sull’agnello, che non sarà mai come quello catalano, ma ha mangiato di gusto. Al ritorno ci siamo immersi nell’idromassaggio e ci siamo lavati di dosso un po’ di stanchezza.

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